lunedì, 24 aprile 2017 ore 09:29

LA STORIA




Ricco di storia, abitato fin dall’antichità nel territorio di Bucine troviamo fossili, reperti antropologici, resti di insediamenti etruschi e romani, importanti castelli e pievi del Medioevo.

Infatti in varie epoche sono stati rinvenuti utensili e punte di freccia il tutto risalente all’età della pietra.

Più numerose sono le testimonianze della permanenza nel territorio comunale di etruschi e romani. Molti sono i luoghi (Montebenichi, Campo Roma Vecchia, Capannole) dove sono stati rinvenuti utensili, frammenti di ceramica di vario tipo e resti di costruzioni; altre testimonianze si ricavano dagli antichi tracciati. In età etrusca le strade venivano aperte preferibilmente sui crinali dei rilievi collinari, invece i Romani si avvicinarono, con le loro strade, al fondo valle: la Valdambra era attraversata dalla consolare Cassia Adrianea.

Oggi è possibile percorrere alcuni tratti di questi antichi tracciati attraverso i sentieri e gli itinerari presenti nel territorio comunale, immersi in una natura in cui l'uomo da secoli si è integrato modellando le tante forme del paesaggio, nel profondo rispetto e legame con la propria terra.

A seguito della caduta dell’impero romano, nel 476 d.C., la Valdambra - come tutto il resto d’Italia e d’Europa - divenne terra di conquista per le tribù barbare, che infine vi si stabilirono, amalgamandosi con la popolazione autoctona e convertendosi al cristianesimo.

Molto più consistenti sono le testimonianze dell’età medievale. I resti di antiche rocche (Cennina, Galatrona), la topografia dei vari luoghi che un tempo furono “terre murate”, dovuta alla necessità di difendersi dalla vicine Arezzo e Siena e poi Firenze, i documenti scritti ci parlano di un territorio con numerosi castelli, con tre antichissime pievi: Santa Maria a Montebenichi, San Giovanni Battista a Petrolo e San Quirico a Capannole e due importanti abbazie: San Pietro a Ruoti e Santa Maria di Agnano.

Finita l’epoca comunale, la Valdambra entrò a far parte dei domini della Repubblica Fiorentina alla metà del XIV secolo: Pietro Leopoldo, granduca di Toscana, definì la Valdambra una “valle stretta ma piena di case e tutta coltivata assai bene”. La dimora rurale da struttura semplice trovò fra il Seicento e il Settecento una sistemazione architettonica maggiormente rispondente alle esigenze funzionali con un’articolazione più ricca di volumi: disposta in genere su due piani, presentava elementi architettonici tipici, quali la loggia e la colombaia. Ancora oggi nel territorio si trovano case coloniche spesso recuperate e ristrutturate, che aprono le loro porte a chi viene in questo angolo di Toscana.

Fra l’Ottocento e il Novecento l’agricoltura ed il lavoro dei boschi continuarono ad essere le attività principali di questo territorio. Le diverse fonti storiche testimoniano la produzione di vino e di olio di ottima qualità, che in parte venivano commercializzati.

Durante la seconda guerra mondiale la Valdambra è stata teatro di numerosi eccidi da parte dei nazifascisti: nel borgo di San Pancrazio furono uccise 55 persone, quasi tutti gli uomini del borgo, le donne rimaste con forza e coraggio sono riuscite a mantenere vivo questo luogo della memoria. L’amministrazione comunale da anni si è fatta portavoce di una serie di iniziative e progetti per documentare questi drammatici avvenimenti che hanno segnato il nostro territorio.

Nella cantina di quella che al momento della strage era la fattoria Pietrangeli oggi sorge il Museo della Memoria e l’Archivio Digitale della Memoria, in cui è raccolta la documentazione dell’eccidio di San Pancrazio, con lo scopo di promuovere un impegno concreto per la salvaguardia della memoria storica, affinchè le vittime e le loro famiglie diventino patrimonio della memoria collettiva e le nuove generazioni non dimentichino, ma diventino futuri cittadini coscienti della propria storia e possano essere così costruttori di pace.

Nell’edificio attinente, acquistato e ristrutturato dall’amministrazione comunale, sorge anche il Centro Interculturale Don Giuseppe Torelli, dedicato al parroco della comunità, anch’egli vittima della strage. Nel giardino retrostante l’edificio è stato piantato un roseto in memoria dei civili trucidati dove ogni pianta ha una targhetta che riporta il nome di una vittima. Nella parte alta del giardino una grande opera marmorea di Firenze Poggi scruta l’orizzonte e sul leggio espone una scritta: “Qui a perpetuo ricordo dei misfatti della storia, nel luogo segnato dalla tragedia, una madre afferma la vita come un faro sul giardino delle rose…. verso la valle”.